
A cura di Raffaella Massaro
Premessa
Il progetto “Tutti i colori del Futuro” finanziato dal Comitato di Gestione del Fondo Speciale per il Volontariato del Veneto e attuato dall’Associazione Amici dei Popoli Padova, ha come obiettivo generale quello dell’integrazione socio-culturale degli immigrati stranieri con riferimento a una pedagogia interculturale che si propone di conseguire le finalità della convivenza democratica, della cultura del rispetto, dell’assunzione di valori universalmente condivisi, al di là di ogni diversità.
Il progetto si colloca in uno scenario di partenza in cui i lavoratori immigrati e le loro famiglie ricongiunte rappresentano una presenza sempre più rilevante e determinante anche per lo sviluppo economico delle regioni del Nord Est.
I bisogni evidenziati dagli immigrati sono di varia natura e vanno dalla conoscenza delle strutture elementari della lingua italiana, indispensabile per l’inserimento scolastico dei minori, alla socializzazione attraverso la reciprocità della cultura.
Per una prima mappatura di tali fabbisogni il progetto prevedeva la realizzazione di un’indagine campionaria che è stata attuata nel periodo dicembre 2005-gennaio 2006 attraverso un questionario strutturato somministrato a 130 stranieri extracomunitari.
Nota metodologica
L’indagine è stata condotta attraverso un questionario strutturato (a risposte chiuse) e disponibile in italiano-inglese-francese. Il questionario è stato prima testato su un piccolo gruppo di stranieri e quindi utilizzato, nella sua versione finale, sul campione di questa ricerca.
Il questionario è articolato in 22 domande che interessano un po’ tutte le questioni sociali nel senso più ampio del termine.
L
a
modalità utilizzata per la somministrazione del questionario è
stata quella della compilazione, guidata da un intervistatore della
stessa nazionalità dell’intervistato (spesso un
mediatore culturale). La scelta è stata motivata da un lato
dalla necessità di ridurre al minimo gli eventuali rifiuti,
dall’altro per rispondere ad eventuali difficoltà che si
fossero presentate nella comprensione delle domande soprattutto per
problemi linguistici. Gli intervistati sono stati contattati nei
centri di aggregazione delle diverse comunità ed hanno
costituito alla fine un campione di 130 unità strutturato per
nazionalità così come riportato in tabella 1.
Le caratteristiche del campione
Il campione degli stranieri intervistati è risultato costituito per il 49,2% da donne e per il restante 50,8% da maschi. Si tratta di residenti in grande prevalenza nel comune di Padova (83,8%), quasi la metà da più di cinque anni (47,1%), anche se una percentuale consistente (42,3%) è a Padova da 2 a 5 anni e il 10,6% da meno di 2 anni.
C
irca
la metà degli intervistati ha fino a 35 anni (il 9,5% meno di
26 anni). Il 34,1% ha un’età compresa fra 36 e 45 anni e
gli ultra 45enni rappresentano il 15,1%.
Il campione di stranieri intervistati risulta avere un titolo di studio mediamente elevato con il 70,4% che vanta un diploma di scuola media superiore (43,8%) o una laurea (26,6%). Solo il 4,7% non ha nessun titolo, il 6,3% la licenza elementare e il 18,8% la licenza media.

Tutti questi elementi di quadro vanno tenuti presenti nel valutare i dati di seguito presentati. Le risposte provengono da un gruppo di stranieri di immigrazione matura e di livello culturale medio-alto. I bisogni espressi non sono quelli di giovani appena arrivati e disorientati, ma di persone che per età, durata della permanenza e capacità di interazione, favorita dal livello di istruzione, dovrebbero aver sviluppato un certo radicamento e conoscenza del territorio. Le carenze che sono emerse sono quindi il segnale di una difficoltà che non è legata ai problemi fisiologici che mediamente i cittadini stranieri immigrati incontrano nella prima fase della loro permanenza, in particolari fasce d’età o quando il grado di studio è basso.
La famiglia
Il 60% degli intervistati risulta coniugato e quasi tutti (56,2%)
abitano con il coniuge avendo evidentemente risolto i problemi del
ricongiungimento. Solo il 6,2% abita da solo, mentre 1 su 5 divide la
casa con amici. Con parenti, più o meno stretti vivono il
36,2%. Il 60% del campione ha dei figli , ma mentre la convivenza con
il coniuge sembra essere ormai quasi totalmente acquisita, quella con
i figli lo è meno dato che è il 49,2% ad aver
realizzato questo tipo di ricongiungimento. Spesso vivere separati
dai figli è una scelta motivata dalla volontà di
garantire loro un’educazione legata alla t
radizione
del Paese d’origine e questo avviene soprattutto se il proprio
progetto migratorio prevede un rientro in patria non troppo
dilazionato nel tempo. La media è di due figli per famiglia
(1,3 i figli minorenni). Il numero di componenti in media delle
famiglie è di 3,7, superiore a quello rilevato per le famiglie
venete al censimento 2001 e pari a 2,6. La dimensione delle famiglie
varia a seconda della nazionalità di provenienza passando da
un massimo di 4,3 componenti per gli africani (Nigeria-Camerun, Togo)
a 2,9 per i cinesi.
La casa
I
l
57,6% degli intervistati vive in una casa in affitto (43,8% con la
famiglia, 13,8% insieme ad altri immigrati). Elevata la percentuale
delle case di proprietà che rappresentano l’abitazione
di 1 immigrato su quattro. Un risultato forse inatteso, ma che trova
conferma nei dati ufficiali diffusi recentemente secondo i quali solo
nel 2005 in Italia gli stranieri hanno comprato circa 120mila case,
realizzando il 15% di tutte le compravendite di immobili residenziali
(a Padova tale percentuale è stata del 9,6%).
Se la maggior parte degli stranieri intervistati sembra aver risolto il problema abitativo restano comunque situazioni di problematicità rappresentate da quel 17,8% che dice di abitare sul luogo di lavoro1 (8,5%), presso parenti o amici (5,4%) o in altre situazioni di precarietà comprese le strutture di accoglienza.
Nonostante la situazione abitativa possa sembrare ad una prima valutazione per lo più risolta, solo il 40,8% la considera adeguata e definitiva, mentre il 39,3% la vede come provvisoria perché troppo dispendiosa o poco confortevole. Per nulla soddisfacente la situazione per il 16,9% degli stranieri intervistati.

Il lavoro
I
l
69,5% degli intervistati risulta essere occupato e un ulteriore 8,6%
ha comunque un’attività lavorativa anche se precaria.
Disoccupati o in cerca di prima occupazione rappresentano un esiguo
5,5%, mentre gli studenti/lavoratori sono il 10,9% del totale. Molto
più diffuso il precariato fra le donne (13,8% contro il 3,8%
dei maschi) e anche la posizione di disoccupazione che interessa una
percentuale (seppure contenuta) doppia rispetto a quella dei maschi.
Una situazione che sembra riprodurre la struttura del mercato del
lavoro locale che vede una minor partecipazione al lavoro e un più
alto tasso di disoccupazione delle donne.
L
’attività
più diffusa fra gli occupati è quella operaia (31,2%
operai comuni e 13,8% operai specializzati), seguita da quella di
domestica/o (23,9%). Interessante la presenza di un 9,2% di
lavoratori autonomi (imprenditori, commercianti e professionisti).
Nel 2005, secondo i dati Infocamere, le ditte individuali di
cittadini stranieri iscritte al Registro Ditte sono cresciute del
15,5% rispetto all’anno precedente, contro lo 0,5% di crescita
registrato dal totale complessivo. Nel Veneto la variazione
percentuale è stata del +17,2% con attività legate alle
etnie. Sempre secondo gli stessi dati nel Nord Est gli imprenditori
nati in Paesi dell’Europa non UE operano soprattutto
nell’edilizia, mentre gli asiatici si impegnano nel
manifatturiero, specie tessili, e gli africani mostrano interesse per
le aziende di trasporto.
Coerentemente con le attività svolte il 47,3% lavora nel settore industriale, il 25,9% nei servizi alle persone e alle famiglie, il 13,4% nel commercio e il 10,7% nel settore alberghiero e della ristorazione.
Il 19,6% degli occupati lavora senza alcun contratto di lavoro, mentre fra coloro con un rapporto di lavoro formalizzato il 47,7% ha un contratto stabile (a tempo indeterminato) e il 28,1% a termine, temporaneo o stagionale.
Interessante comprendere come i lavoratori stranieri hanno trovato occupazione. La ricerca personale è stato lo strumento utilizzato dalla maggioranza degli intervistati (38,9%), seguito dall’intervento di familiari e parenti: forse gli stessi che prima di loro già risiedevano in Italia. Viene utilizzato anche l’intervento di amici italiani (13,9%) e di connazionali (12%) ma difficilmente ci si rivolge invece ad una ricerca strutturata o si chiede aiuto ad immigrati di altre etnie.
I problemi e la loro soluzione
A
gli
intervistati è stato chiesto di indicare i principali problemi
(potevano esserne indicati tre) all’interno di una lista
precostituita. Va detto innanzi tutto che un esiguo 6,4% ha affermato
di non avere problemi, mentre le altre risposte si sono distribuite
così come illustrato nella tabella 3.
Al primo posto si colloca il problema della casa che interessa il 55,2% degli stranieri , al secondo posto, ma molto vicino per numero di stranieri che l’hanno indicato, il lavoro (52%). Al terzo posto il problema della lingua italiana (24%) seguito da quello della cura dei bambini e dalla solitudine (20%). La modalità che raccoglie il minor numero di indicazioni in assoluto è relativa all’adattamento ai costumi italiani (5,6%).
Le risposte date a questo quesito portano ad una serie di considerazioni di grande interesse. Se le problematiche relative alla casa e al lavoro sono note e potevano essere previste, meno scontato risulta il rilievo dato al problema della lingua. Non va dimenticato quanto detto nell’analizzare le caratteristiche degli intervistati: abbiamo rilevato infatti trattarsi di persone mediamente istruite e presenti da tempo in Italia. Il problema linguistico sembra dunque assumere non tanto un carattere di “emergenza” per i neo arrivati, ma piuttosto di padronanza che consenta di utilizzare lo strumento linguistico non solo per risolvere la quotidianità, ma anche per farne un uso competente nell’ambiente di lavoro e nei rapporti con le istituzioni, scolastiche, sanitarie, etc.
Inoltre la quasi assenza di problemi legati all’accettazione dei costumi italiani, mostra un atteggiamento positivamente collaborativo ed una presa di coscienza di come l’incontro di culture non possa prescindere dal contesto nel quale si realizza.
Meno della metà degli intervistati (45,3%) ha detto di essersi
rivolto ad uffici e/o associazioni che svolgono attività per
gli immigrati. Chi l’ha fatto ha utilizzato questi strumenti
soprattutto per richiedere informazioni (69%) e per le pratiche
relative al permesso di soggiorno (39,7%). Ma tutte le motivazioni
sono presenti con percentuali anche di un certo rilievo a partire da
quelle legate ai problemi indicati come più rilevanti (ricerca
casa 36,2%, ricerca lavoro 2
9,3%),
ai problemi di sussistenza (25,9%), a quelli legati alla lingua e al
sostegno scolastico dei figli (19%).
La valutazione delle risposte ottenute si ripartisce fra giudizi positivi (37,9%) e negativi (34,5%), ma una percentuale piuttosto elevata non sa esprimere un parere (27,6%).
Quel 54,7 di intervistati che non si è mai rivolto a uffici o associazioni per immigrati non l’ha fatto prevalentemente per motivi di scarsa conoscenza delle possibilità esistenti (37,9%) o per la difficoltà di rivolgersi a organizzazioni di un Paese straniero (36,2%).
Q
uanto
ai servizi pubblici quelli di gran lunga più utilizzati
risultano essere i servizi sanitari (80,3%) seguiti dai servizi
scolastici (45,1%) e da quelli dedicati al lavoro (32%). Ai servizi
socio-assistenziali è ricorso il 30,3% degli intervistati e a
quelli per l’infanzia il 21,3%. All’ultimo posto si
collocano i servizi per la formazione professionale e l’orientamento.
La valutazione su questi servizi è molto positiva per quanto riguarda i servizi scolastici (85,5%), sanitari (83,7%) e per l’infanzia (80,8). I giudizi meno positivi sono nei confronti dei servizi per il lavoro giudicati positivi solo dal 20,5% degli intervistati che vi hanno fatto ricorso. Anche i servizi socio assistenziali sono considerati efficaci da meno della metà del campione (45,9%).

Conclusioni
L’indagine ha portato ad una serie di risultati di rilievo che possono essere di grande utilità sia per la programmazione di interventi mirati che per l’adeguamento di servizi sociali già esistenti gestiti dal pubblico o dal volontariato.
Riassumendo in estrema sintesi quanto rilevato si possono individuare alcuni elementi di particolare interesse:
Le risposte provengono da un gruppo di stranieri di immigrazione matura e di livello culturale medio-alto. I bisogni espressi non sono quelli di giovani appena arrivati e disorientati, ma di persone che per età, durata della permanenza e capacità di interazione, favorita dal livello di istruzione, dovrebbero aver sviluppato un certo radicamento e conoscenza del territorio. Le carenze che sono emerse sono quindi il segnale di una difficoltà che non è legata ai problemi fisiologici che mediamente i cittadini stranieri immigrati incontrano nella prima fase della loro permanenza, in particolari fasce d’età e quando il grado di studio è basso.
La presenza di famiglie è un elemento di quadro consolidato. L’eventuale mancato ricongiungimento con i figli può essere una scelta motivata dalla volontà di garantire loro un’educazione legata alla tradizione del Paese d’origine soprattutto se il proprio progetto migratorio prevede un rientro in patria non troppo dilazionato nel tempo.
Per la maggior parte degli stranieri intervistati il problema abitativo sembra essere risolto ma restano situazioni di problematicità per quasi uno straniero su tre.
Tre stranieri su quattro lavorano e la situazione occupazionale sembra riprodurre la struttura del mercato del lavoro locale che vede una minor partecipazione al lavoro e un più alto tasso di disoccupazione delle donne.
Casa, lavoro e conoscenza della lingua italiana i tre problemi principali per gli stranieri immigrati. Se le problematiche relative alla casa e al lavoro sono note e potevano essere previste, meno scontato risulta il rilievo dato al problema della lingua per persone mediamente istruite e presenti da tempo in Italia. Il problema linguistico sembra dunque assumere non tanto un carattere di “emergenza” per i neo arrivati, ma piuttosto di padronanza che consenta di utilizzare lo strumento linguistico non solo per risolvere la quotidianità ma anche per farne un uso competente nell’ambiente di lavoro e nei rapporti con le istituzioni, scolastiche, sanitarie, etc.
La quasi assenza di problemi legati all’accettazione dei costumi italiani mostra un atteggiamento positivamente collaborativo ed una presa di coscienza di come l’incontro di culture non possa prescindere dal contesto nel quale si realizza.
Oltre la metà degli stranieri non si è mai rivolto a uffici o associazioni per immigrati : tre su quattro perché non hanno informazioni o riferimenti precisi, o perchè preferiscono rivolgersi a parenti o amici della propria nazionalità, uno su quattro perché ritiene di non averne bisogno.
Servizi sanitari, scolastici e per il lavoro sono quelli più utilizzati per questi ultimi il giudizio è negativo da parte di quattro stranieri su cinque.
1 In realtà si tratta in prevalenza di stranieri di nazionalità filippina che vivono nelle case nelle quali prestano servizio in qualità di domestici