regia:
Rodolfo Bisatti

cameraman:
Maurizio Pasetti

fonico:
Mara Favero




Interviste Italia
  • Luigi Carron
  • Virginia Gattegno
  • Ivo Fantato
  • Vittoria Dornig
  • Emilio Ingaramo
  • Walter Stefani
  • Vincenzo Piovan
  • Rosanna Gasperi e Angelo Simonini
  • Marson Angelo
  • Domenico Bisatti
  • Padre Giulio Cittadini
  • Pompeo Meneghin

  • " Farmacista "

    Allora signora, lei adesso ha a disposizione del tempo per poter ricordare le cose che secondo lei sono più importanti della sua esperienza, legate a quel periodo della seconda guerra mondiale. Deve essere più che un’intervista, una sorta di diario interiore, che lei racconta a se stessa, solo a voce alta, perché a noi interessa di più conoscere la relazione sentimentale, emozionale, piuttosto che i fatti storici. Cioè come uno ha vissuto, che cosa ricorda, che cosa è importante far conoscere di quei momenti, di quegli anni, di quel periodo; per quanto riguarda lei e anche per quanto riguarda le persone care. Quindi le lasciamo a disposizione questo tempo e può parlare liberamente di quello che... di come ha vissuto. Prego.

    Posso già cominciare?

    Certo.

    Sì. Allora era nel 1939 mentre andavo da Trento a Milano, alla stazione di Verona, ho sentito gente che urlava, gridava: "È scoppiata la guerra". E quello mi ha dato il senso che qualche cosa succedeva, di veramente grande. Poi sono arrivata a Milano eccetera, avevo da fare l’esame di riparazione di storia, che mi è andato bene naturalmente, poi mi sono iscritta all’Università, Università che ho fatto a Pavia. Diciamo che a Pavia non si sentiva il tempo, non si sentiva il tempo della guerra, robe del genere. Mi sono iscritta, ho preparato gli esami, quello che ricordo è l’esame di botanica nell’autunno penso del quarant... ‘39-40... del ‘41. Ero andata da una mia amica vicino a casa mia, preparavamo l’esame assieme, e quando sono uscita da casa sua, per arrivare a casa mia non c’erano molti... molti kilometri da fare, e ad un certo punto ho sentito le sirene. E nello stesso tempo che c’erano le sirene, anche i bombardamenti. È stato il primo bombardamento di Milano, con bombe incendiarie. Io non ho fatto in tempo ad arrivare a casa perché in quel momento... direi anzi veramente che si sono accorti del bombardamento quando gli aerei... hanno suonato le sirene quando gli aerei erano già su Milano. Ero a poca distanza da casa mia, ma non ho potuto arrivarci, sono entrata nel primo rifugio che ho trovato lì e sono scesa giù, lì c’era gente che urlava, che pregava, che piangeva, e io ero lì sola e dicevo "chissà se quando esco troverò ancora la mia casa in piedi?" Era il crepuscolo, diciamo, quando sono uscita: c’era tutto il cielo rosso perché erano tutte bombe incendiarie. Di corsa sono arrivata a casa mia, per fortuna non era successo niente, però la casa vicina era già incendiata. Questo è proprio un ricordo tremendo, di quel momento in cui mi son trovata in mezzo a questa gente che urlava e piangeva.

    Poi andando a Pavia, ogni tanto... mentre ero sul treno... c'erano gli allarmi aerei, ma diciamo che a Pavia me la sono cavata abbastanza bene anche perché, anche per il mangiare così, una zona proprio diciamo ricca, e quindi si tro... si poteva trovare di tutto, anche farina pane senza tessere. Io ne approfittavo per portarne a casa a Milano, perché a Milano veramente si stava male. Sì la casa, la casa nel bombardamento era mezza crollata, tanto è vero che io mi sono laureata nel ‘43 e nel ‘43 sono venuta... siamo sfollati qui nel Trentino, perché la casa... io mi sono laureata nell’agosto del ‘43 e tutto l’inverno l’ho passato qui e lavoravo in farmacia qui a Borgo; venivo in bicicletta da Castelnuovo a Borgo; qui non era successo niente praticamente. Mio fratello... dunque nel ‘43, sì, mio fratello insegnava, perché le scuole da Trento erano state portate qui in Valsugana a Castelnuovo, mio fratello era studente di ingegneria e insegnava ingegneria nella scuola, mia sorella insegnava disegno e io lavoravo qui in farmacia. Poi nel giugno... no, nel marzo del ‘43 sono tornata a Milano per fare l’esame di stato. In quel periodo andavo avanti in... siccome la casa era inagibile, abitavamo a Como in un appartamento che era di mia zia. E poi nel quaranta... nel maggio del ‘44 mio padre ha comprato la farmacia, e quindi io sono rimasta lì e i miei fratelli ancora per un po’ di tempo sono rimasti qui.

    Un altro episodio che ricordo è stato nel... nel settembre del ‘43, che io ero qua nel settembre sì, mio marito che allora... mio marito era anche mio cugino, eravamo passati sia io, mia sorella e una mia cugina, e avevamo questi altri tre cugini Gozer, pressappoco tutti della stessa età, eravamo molto uniti, ci conoscevamo da bambini e mio marito era militare, all’8 settembre lui si trovava in Croazia. Adesso non ricordo il giorno esatto perché lui dalla Croazia è venuto... lo hanno preso a Fiume, lo hanno portato a Venezia, da Venezia poi lo hanno caricato sul treno per portarlo in Germania. Io, mia sorella e mia cugina eravamo per la strada e a un certo momento ce lo vediamo capitare davanti. "Da dove vieni?" "Ah," dice, "sono scappato dal treno, sono riuscito... dal treno che mi portava in Germania e sono riuscito a... dei contadini mi hanno dato un vestito così e sono riuscito a venire fin qua, però," dice, "io qua non resto, non voglio starci". Aveva un fratello, quello che poi è morto, che era a Roma e dice, "andrò giù a Roma a trovare Bepi". Allora mia sorella con un gesto proprio, "sì," dice, "Tito bravo," dice, "poi vieni a liberarci!" Lo aveva detto così, "sì sì," dice, "vengo a liberarvi"; questa è stata una roba che mi è rimasta sempre... me lo vedo ancora in quel momento che mia sorella dice "vieni a liberarci".

    Poi quello è il ‘44... ‘44... ‘45 ero a Milano, quando è successo... insomma è finita la guerra. E ricordo quella giornata, alla mattina presto io... da incoscienti, diciamo, la mattina presto siamo uscite di casa io, mia sorella e mia cugina per andare... non si vedeva ancora nessuno per strada, qualche macchina così... qualche... e siamo andate lì in... per le strade e poi tutte le sfilate che ci sono state, insomma. Poi dunque ricordo... quando Mussolini è stato portato in Piazza Loreto, perché quella giornata tutti correvano, naturalmente si sapeva che erano lì e sono andata anch’io e mia sorella: la folla, guardi... una roba incredibile; e mentre era lì hanno portato Starace, che era su un camion in piedi, questo me lo ricordo, e in tuta da ginnastica, e lì lo hanno fucilato. Ecco questa era una cosa... anche quella una cosa proprio orribile insomma, anche da ricordare. E poi, nel ‘45, beh, poi io lavoravo in farmacia e sono rimasta lì, della guerra diciamo non ho dei brutti ricordi, nel senso che noi non l'abbiamo vissuta, qui si stava tranquilli e anche a Pavia non è che abbiamo patito la fame diciamo. E poi un’altra cosa, anche questa è stata brutta: io ero già laureata e c’erano sempre i bombardamenti e anche mitragliamenti, la morte di tutto un gruppo di studenti che sono stati mitragliati, allora i treni non andavano più, e andavano con i pullman da Pavia a Milano; e sono stati mitragliati e sono morti tutti, anche delle ragazze che conoscevo, più giovani di me perché io ero già laureata. E quella è stata anche una... un brutto ricordo insomma.

    Poi di mio marito, sì, di questi cugini di cui non si sapeva niente, però si ascoltava Radio Londra alla sera, naturalmente tutti in silenzio, cercando di non... di non alzare troppo la radio, e sento... si sentivano i… come si chiamano... come si chiamano... le ... non mi viene in mente... i messaggi. I messaggi, e sento un messaggio: "pellegrino arzillo"; ora il secondo nome di suo fratello, quello che è stato fucilato, era "pellegrino". "Oh," dico, "ma che strano," perché noi non sapevamo ancora come funzionavano questi messaggi da Londra. "Ma," dico, "questo qui è il nome del Bepi," e dopo un poco, il giorno dopo ne sento un altro, "rina pippetta bene," allora si faceva l’università, facevamo i... diciamo il... adesso non mi viene in mente il nome... beh, e dico "ma chi è che dice..." Che mi prendeva in giro mio marito che allora non era ancora mio marito, mi prendeva in giro, "ah sì sì tu pippetti", si fanno gli esercizi... E sento "rina pippetta bene," e dico "ma questo qui chi è?" Allora dico "no, questo qui è uno che noi conosciamo, sarà mio marito, cioè Tito che dice queste cose," ma erano dette così, poi invece era veramente lui che le diceva. Dopo finita la guerra dico "eri tu che mandavi questi messaggi?" "Sì sì ero io che mandavo questi messaggi," e allora si capiva che era vivo perché nessuno ne sapeva niente di queste cose. Ecco, questi piccoli diciamo... cose che sono rimaste nella memoria.

    Però dopo, sì, dopo finita la guerra quando abbiamo saputo che suo fratello non tornava, lo aspettava la mamma, lo aspettavamo tutti noi, si sperava sempre che tornasse, poi invece si è saputo da un altro che era stato prigioniero insieme che era morto. Queste qui diciamo... non brutti ricordi ecco, sì, mio fratello per esempio che era stato chiamato per la visita dai tedeschi qui, perché lui era ancora qui, è stato chiamato, ha avuto la visita, però dopo lui si è ammalato, è stato ammalato quasi un anno, ha avuto una forma di pleurite, quindi lui si è scansato... Va bene che era, diciamo, quasi in fin di vita, che lui diceva sempre "in quel momento lì credevo proprio di morire"... Si è scansato dalla guerra, ecco, dall’essere richiamato.

    Poi non so... diciamo episodi di... ah beh, alla fine della guerra ecco, alla fine della guerra, il I maggio, che ero a Milano, era venuto giù suo fratello Giovanni che era nel CLN qui di Trento, è venuto a Milano e poi era tornato... tornava su con l’avvocato Ferrandi, che era anche lui nel CLN, e allora mi hanno detto "se vuoi venire su anche tu con noi," "sì, sì," sono andata su con loro. A un certo momento vicino a Verona, aveva una di quelle macchine che avevano requisito, sa, bellissima, mi ricordo dentro era tutta di pelle verde, il motore si è fuso, non andava più. E quindi era notte, fermi sulla strada, passavano tanti di quei camion militari, ma nessuno si è fermato. Finalmente... un freddo perché era notte, era il I di maggio, un freddo terribile, e finalmente si è fermato un camion, ci ha tirato su, ma naturalmente era scoperto anche il camion, mi ricordo il freddo di quella notte, e siamo arrivati a Trento la mattina, siamo andati nella casa dove c’erano radunati quelli del CLN, era una giornata bellissima, e... mi si presenta lì uno, giovane, pressappoco la mia età, e stende la mano e mi dice "radiosa aurora," e io dico "oh sì, radiosa aurora, è una bella giornata," invece era il suo nome di battaglia, dopo mi sono anche messa a ridere con lui, così...

    E ricordo che poi da lì sono venuta in Valsugana e mi ricordo sempre i cam... le macchine che passavano... piene di tedeschi, ma tutti ufficiali naturalmente, queste macchine; mi sembrava quasi che si dessero... invece di essere dei perdenti, quasi quasi fossero dei vincitori dall’aria che avevano, ecco, anche quello mi è rimasto impresso. Poi dopo sì, il ritorno di mio marito quando, in maggio appunto, che è tornato su. Non so altri episodi diciamo... di violenze o di fame, sì, freddo tanto freddo, quello sì perché allora scaldavano... davano la corrente elettrica soltanto un paio d’ore verso sera, o verso mezzogiorno tanto per far da mangiare, quello sì; quello sì, tanto freddo, e siccome noi abitavamo in una via che era alberata, di notte non si sentiva altro che... che rumori, perché tagliavano tutti gli alberi di notte; la gente con cosa si scaldava? E la mattina vedere la via senza neanche un albero... Però non mi sembra di aver passato dei brutti momenti ecco, come dico qui non c’era la guerra, era piuttosto tranquillo; a Milano sì, come dico, tante camminate a piedi perché i tram non andavano, io l’abitazione dalla farmacia ce l'avevo... dovevo fare 40 minuti di strada insomma, ecco, e quello sì, la mancanza di servizi e freddo quello sì, fame non direi, non si nuotava proprio nel... ma fame proprio no.

    E poi la caduta del fascismo. Quella guardi, ero a Milano allora, la gente che piangeva, che si abbracciava, una cosa anche quella da non dimenticare, sembrava che tutti fossero nati, tutti per la strada, tutti ad abbracciarsi, gente che bacia... che si baciava senza neanche conoscersi, anche quello è successo, poi dopo vedere chi martellava, chi buttava giù le statue del duce, ecco, anche quella veramente una giornata di... gioia direi, ecco, di liberazione, proprio di sentirsi levare un peso... Poi, altri ricordi, per esempio... una mia compagna al liceo che, siccome quando ci davano i temi di Italiano, sa, erano tutti sul Duce, io veramente ne avevo fin sopra i capelli di... C’era una che si rifiutava di scrivere, poi ho saputo che aveva il padre socialista, aveva dovuto lasciare l’insegnamento e insegnava in una scuola privata, e lei si rifiutava di fare i temi di italiano quando erano su... politici; però i professori non... L’hanno sempre aiutata, a lei davano un altro genere di... un altro genere di...tema, ecco. Anche quello mi ha fatto... mi ha fatto pensare che non tutti erano fascisti, anche i professori lasciavano correre insomma, non... e poi c’era una nostra compagna che era ebrea, e dunque eravamo prima liceo... seconda liceo, e un bel momento non si è più vista. E allora, ancora non avevo capito che c’era questo, diciamo, che c’era questa persecuzione contro gli ebrei, non avevamo neanche tanto tempo da leggere i giornali. E un bel momento è scomparsa e ho detto "ma perché non c’è più la Sacerdoti?" Perché lei era ebrea e quindi è scomparsa. Poi ho saputo che è anche andata in campo di concentramento, però non è morta, è tornata; e anche quello mi ha fatto pensare, insomma.

    Non credo di aver altri... ricordi insomma. Ricordi anche belli, perché ci si trovava tutti, anche quando eravamo qui durante la guerra, che c’era questa scuola, i professori tutti giovani, quasi tutti studenti universitari, poi tutti hanno fatto carriera, mio fratello è diventato professore al Politecnico, un altro era professore di botanica a Pavia, ma eravamo tutti uniti, ci si trovava tutti alla sera, chi cantava, chi suonava. Non c’era tanto da mangiare, ci si accontentava di un pezzo di formaggio o di due castagne, eravamo tutti giovani, tutti uniti, è stato anche, direi, un periodo non brutto. Mi sembra di aver raccontato tutto, diciamo, di quello che erano le nostre... le mie emozioni, i ricordi di... di questa guerra. Dopo, tanti... tanti soprattutto miei compagni di scuola, di qui di Castelnuovo, più di quelli dell’Università, tanti non sono tornati e sono morti, quello sì... Di universitari dei miei no, qualcuno è partito, ma c’è stata una classe, quella del ‘20, che non ne hanno richiamato tanti, non ne hanno richiamati tanti. E poi il fratello di mio marito, e quello sì è stato... perché era un ragazzo di un’intelligenza, di una simpatia unica, e quella è stata veramente una grande mancanza, per noi tutte della nostra cerchia, della nostra età; era una persona veramente… dei tre fratelli, credo, era il più intelligente, era fatto a modo suo anche come carattere, però sapeva tanto stare con i giovani; io credo di aver detto tutto. Momenti belli, momenti anche di... momenti anche belli da stare insieme, tutti giovani che eravamo, e momenti anche brutti come dico, ma... io non so, forse ricordo più quelli belli che quelli brutti.

    Ecco, sarebbe interessante proprio approfondire questi momenti belli.

    Questo di stare insieme, di trovarsi uniti, giovani, ci si accontentava di poco, come dico: di un po’ di castagne, un po’ di formaggio, di cantare, di suonare, si era tutti ritrovati lì alla sera così. È stato... è il ricordo più bello insomma, forse perché si era giovani, non so. Tutti delle stesse idee naturalmente, si discuteva, si leggeva, e poi si era anche lontani dalla guerra perché qui non si è sentita, in Trentino diciamo. A Milano sì, quello che mi dava fastidio era quando arrivavano i bombardamenti, doversi alzare la notte per andare in cantina, diciamo, nel bel mezzo della notte, poi si tornava su, almeno io tornavo su con una gran fame, non so perché, beh si mangiava un pezzo di pane allora, non era un pane buono, però tutti stavano bene sa, io ero in farmacia, credo che di raffreddori o di mal di stomaco o di mal di pancia, io non ho mai sentito parlare; tutti avevano una salute di ferro guardi, l’unica cosa che c’era era la scabbia, quella sì ce n’era in giro tanta; o calli, quello che si vuole, ma di malattie, guardi, proprio non ce n’erano, non ce n’erano. Ecco, quello dei bombardamenti, di alzarsi, di andare giù in cantina magari un’ora, due ore, e alla mattina alzarsi e andare a Pavia a prendere il treno, ma anche quello, si era giovani, non si sentiva... adesso sì che lo sentirei, ma allora... brutto alzarsi dal letto, ma dopo tutto passava anche quello.

    Io non credo di aver passato proprio dei brutti momenti, sì magari quando si sapeva che mio fratello era stato alla visita, non si sapeva come sarebbe andata a finire, se lo avrebbero portato in Germania perché qui c’erano i tedeschi, non c’erano mica i fascisti eh... quindi brutti momenti sì... ci sono stati, e poi i viaggi sa, da Milano venire su, perché io ero giù a Milano, qui c’erano i miei fratelli, venir su, non c’erano i treni, prender camion così, quello che capitava, poi magari a Verona ci si fermava... bombardamento, allora giù in stazione ecco, quei ricordi lì, però quelli che mi restano più nella... diciamo più profondi sono quelli belli, quei momenti belli, se penso a quei viaggi fatti in quel modo lì, magari arrivare a Verona, non c’era il treno, andare fino a Borghetto a piedi, prenderne un altro o un camion, però restano più i momenti belli che quelli brutti. Anche se ci sono state, come dico, angosce per mio fratello allora che era giovane, per i cugini diciamo ecco, credo che siano stati più i momenti di amicizia, di stare insieme con tutti questi ragazzi e ragazze, insomma di trovarsi assieme, questo dell’amicizia proprio. Io credo di aver finito, di aver detto tutto.

    Volevo farle ancora una domanda: lei ha detto che a Milano, quando c’è stato quel momento in cui hanno portato Mussolini...

    Sì sì, Piazzale Loreto.

    Lei c’era, quindi ha visto, ci può raccontare...

    Io c’ero, era già messo sulla... era già messo lì nel... come si dice... impiccato, quel che vuol dire insomma; io c’ero nel momento in cui hanno portato Starace, che ho visto, c’era una folla che non ci si poteva neanche avvicinare dalla folla che c’era, e dopo hanno portato Starace su un camion, era in piedi con la tuta da ginnastica, poi lo hanno port... ho sentito lo sparo, perché lo hanno ucciso lì davanti... non si poteva vedere, cosa vuole, con la folla che c’era, mica si vedeva, quando era sul camion certo che si vedeva e tutta la folla lì era una cosa veramente impressionante e loro, io li ho visti da lontano, non è che ci sia passata sotto insomma, non ci si poteva neanche muovere... Sì, sì c’ero... non era una bella cosa da vedere naturalmente, ma sa, ci si muoveva allora, si sentiva così si va, ma... e che mi ha fatto più impressione è stato proprio quando hanno portato lì Starace, insomma quello sai che è vivo, e sai la fine che farà ecco, quello mi ha fatto veramente impressione. Poi... non so, penso di aver detto tutto ecco.

    Mi ha incuriosito quando lei ha parlato... lei è un medico, farmacista, è interessante questo aspetto di vedere le persone malate o che vengono in farmacia...

    Tutte in salute, guardi. Io ero qua perché tra la laurea e l’esame di stato ero qui, tutti avevano la scabbia, siccome poi la pomata bisognava farla con il grasso di maiale, "se si può portateci un po’ di grasso di maiale," che un po’ il farmacista se lo teneva per lui, un po’ faceva la pomata, ma tutti avevano, guardi, o i calli o il mal di schiena o la scabbia e a Milano, guardi, lo stesso. Io avevo... mi davano una... a tutti i farmacisti davano una certa quantità di zucchero per fare gli sciroppi, allora non c’erano mica le specialità come ci sono adesso, me ne avanzava una caterva di zucchero, ma tutti stavano bene, tutti non avevano neanche la tosse perché mi avanzava lo zucchero, quindi non avevano tosse, non avevano il mal di stomaco, non avevano forme intestinali, non avevano neanche il raffreddore perché si vede che stare al freddo dentro e fuori... non venivano neanche i raffreddori, una salute che non le dico, sì, mio fratello no, lui è stato male perché lui ha avuto una pleurite lì, ma in genere diciamo... medicinali... Adesso tutti hanno il diabete, ma sa che io avevo due clienti soli che avevano il diabete, adesso tutti hanno il diabete, io non so se era per il mangiare o cosa, ce n'erano solo due di gravi, allora quelli lì veramente poveretti se riuscivo a trovare un po’ di insulina era per quelli lì, ma nessuno aveva neanche il diabete, adesso tutti hanno il diabete; tutta una salute, guardi, che veramente quando ci penso dico "ma guarda, si vendeva solo cerotti e pomate per la scabbia e anche qui, lo stesso sia a Milano che qui".

    Cos’erano le ristrettezze o la paura?

    Le ristrettezze perché sa, quando lei mangia pane di quello che è nero con dentro la se... no, la paglia quel che è, capirà che non avevano mica bisogno di roba contro la stitichezza o roba del genere; freddo era freddo dentro e freddo fuori, quindi raffreddori non ce n’erano, no no, lo stesso: chi è che aveva il mal di stomaco? Quando da mangiare ce n’era poco, si stava sempre a dieta, si stava; le forme intestinali lo stesso; quelli che stavano male erano i bambini che non c’era il latte in polvere e quello ce lo davano, bisognava che venissero con le tessere le mamme e davano quella scatola, ma allora... Guardi si dice adesso che il latte deve essere sempre della stessa marca; allora quello che capitava, un giorno era Nestlè un giorno era Mellin, un giorno è così, eppure stavano bene i bambini, perché dei miei clienti non ho mai sentito di uno che sia morto, eppure il latte non era mai della stessa marca per dire, si vede che è anche il benessere che fa venire le malattie, penso io, perché... No, guardi che neanche si trovavano le medicine. Che mio fratello che aveva... allora non c’era mica la penicillina, ammalato com’era dovevo andare a pregare, non so, non mi ricordo, la Farmitalia così, che mi dessero le medicine, le medicine quelle che adoperava, me le davano sì, ma... era difficile averle. Beh, quello lì delle medicine, come dico, non te le portavano mica a casa: dovevo andare a chiederle, pregare, prima telefonare, ce le davano così col contagocce, insomma. Per fortuna che la gente stava bene, stava bene, non c’erano gran malattie, e il freddo, quello sì, il freddo, quello... quello è un brutto ricordo, quello del freddo, ma della fame neanche tanto. Anche se era difficile trovare, mi ricordo mia mamma poveretta che andava magari alle sette a far la coda, sa, nel... per portare a casa qualcosa.

    Si è sposata dopo che era finita la guerra?

    Sì, nel ‘48.

    Però suo marito lo aveva conosciuto...

    Sì, ci conoscevamo da bambini, perché mia mamma e sua mamma erano prime cugine, e anche loro d’estate, come noi, anche da Milano si veniva sempre su, erano... eravamo le tre cugine e i tre cugini.

    E suo marito ha fatto un’attività...

    Mio marito è stato partigiano no, cioè lui è andato sotto leva, prima è andato a farla in Libia, e poi si è fatto tutta la gue... sette anni di fila insomma, fino al ‘45.

    E le parlava spesso di questa sua attività, poi quando è finita la guerra, di partigiano?, le ha raccontato?

    Sì, sì, sì, sì, sì, poi c’è tutti anche... le più belle fotografie... più belle sono quelle che gli ha fatto il Valla, quando sono andati su dove hanno avuto il rastrellamento... su nel feltrino; e adesso, mia figlia... l’altra sono andate giù dove ci hanno bruciato la casa perché lì mio marito, ne teneva anche qua, ma anche giù aveva tanti documenti, sono andate giù per racimolare i documenti che non ci brucino anche... Perché adesso hanno bruciato quella che era la stalla, o fienile, che poi non ci brucino anche la casa con tutto quello che c’è dentro; cioè dentro non è... sono più i documenti, le robe che... di mio marito, perché lui è sempre stato... Anche quando è venuto su e ha fatto il partigiano, però lui era sempre con l’esercito italiano, ha sempre portato le stellette, è sempre stato in divisa con le stellette, lui di questo diceva "non perché io sia monarchico, ma perché quel povero esercito, distrutto nel ‘43...", quando hanno rifatto, diciamo, un po’ di governo, si sentiva in dovere di esserci anche lui; e lui era interprete della missione che c’era qui.

    Allora mi state ancora riprendendo? O avete finito?

    Eh... ha un bel viso!

    Oh sì, si figuri, alla mia età, ma lei sa come mi chiamo io di nome? Io mi chiamo Vittoria Venezia Giulia Liberata. Eh eh, il che vuol dire tutto, che mio padre era triestino, e ha voluto mettermi questi nomi... i più begli anni della mia vita, beh, non so i più belli anni, l’adolescenza l’ho fatta a Trieste, guardi che è un ricordo anche lì, un ricordo bellissimo. Ecco, anche lì a Trieste i miei compagni di classe sono morti quasi tutti, io ho avuto come compagni di classe non so, i Fondasavio, non so i nipoti di Italo Svevo diciamo, che lui aveva una figlia unica, Italo Svevo, che ha sposato e ha avuto tre figli maschi, tutti e due erano in classe mia; beh, io guardi anche quelli lì io li ricordo sempre perché erano ragazzi intelligenti, belli, avevano tutte... Sono morti due in Russia, erano andati in Russia ed il terzo, che era il più giovane, si vede che... lo hanno messo nella guardia civica a Trieste, non è morto anche quello, il terzo?! Appena sono entrati ci sono state le scaramucce con gli slavi, tutti e tre sono morti, guardi. Poi avevo anche uno Slataper in classe, anche quello morto in Russia; mi pare quasi tutti nella Iulia, morti più i miei compagni di Trieste che di questi di qui.

    Poi avevo tanti ebrei, sa, in classe... in una classe che c’erano, allora c’era la classe mica di 20 come adesso, eravamo in 30, anche 32 in classe; io credo che ce n’erano 10 che si professavano cattolici, 20 almeno erano ebrei; tanto è vero che noi non facevamo i compiti di sabato, perché gli ebrei si erano rifiutati; ma però adesso fanno di quelle storie se qualc... il professore ha accettato, ha un po’ storto il naso che non poteva dar... far compiti... far compiti il sabato e tutto finisce lì, adesso ne fanno... se succedesse una roba del genere, ma si pensa lei a quante storie farebbero sui giornali, di qua, di là, aveva accettato, sabato non si fanno compiti; io ero in una classe che c’erano moltissimi ebrei. Poi come siano finiti quegli ebrei... qualcuno so che è andato in Israele, in America, deportati non lo so, morti così non lo so perché poi io non ho più tenuto i rapporti, diciamo, con... con quei compagni insomma, sì, con un'amica sì, ma gli altri non so come siano finiti. Però anche di Trieste ho una bella...

    E anche dell’Università a Pavia, dico la verità, perché quando eravamo lì, sì giovani, le macchine non andavano, allora quando... finite le lezioni, che c’era il pomeriggio, magari avevamo da fare e quelle due ore lì andavamo in bicicletta nel pavese che è bellissimo fra l’altro, adesso l’hanno un po’ rovinato perché c’è mais dappertutto, allora erano tutte praterie, guardi, tutto verde e si andava in qualche cascina, ci si portava un panino, si andava in bicicletta... allora macchine non ce n’erano, si poteva andare insomma. Anche lì però, come dico, c’era la guerra, però un po’ da mangiare nel pavese si trovava sempre, una zona ricca sa, piena di, di, di… c’era di tutto, di tutto. Tante... tante passeggiate in bicicletta, quello sì, ma non si sentiva mica sa, si era giovani, non si sentivano i disagi, di andare alla mattina in treno, va beh che Pavia e Milano sono ben servite di treni, una mezz’ora di treno. I disagi non... non pesavano, quando si è giovani, sa, non pesa niente. Io non lo so, non lo so se sia così anche adesso, e poi ci si accontentava di poco, sa.

    E poi le dirò che si è cominciato a diventare antifascisti o quello che era a 15, 14, 15 anni, quando, sa, cominciano a darti tutti i temi su Mussolini, e qui mi veniva fuori dalla testa, non si sapeva che cosa scrivere, sull’impero e via dicendo; poi il fatto di non poter leggere i... gli scrittori americani, sa, e "caspita," dicevo, "ma perché non posso leggere quello che voglio, non posso sentire la musica jazz?" Allora comincia proprio a ribollirti il sangue, dici "ma insomma è possibile che... che che io debba... non possa fare quello che voglio?" Dovevo andar... a Trieste siccome è zona di frontiera, sa, tutte le domeniche a fare marce, avanti indietro, ore alla mattina, in divisa eh, perché bisognava andare in divisa, mica col vestito che si voleva, allora comincia veramente a ribollirti il sangue e comincia veramente a diventare, se non sei un cretino, perché dico io, perché insomma a 14, 15 anni cominci a ragionare, a dirti "perché devo far questo? Perché devo andare lì? Perché devo mettere la divisa?" Guardi, andare a fare gli esami all’Università in divisa, con la sahariana, in luglio, perché c’era anche quella estiva, ma mica le famiglie potevano e quella invernale e quella estiva eh, perché diciamo, noi eravamo in tre, non si può... capirà come pesava e che caldo quella divisa, e dover fare il saluto fascista, anche quando ti interrogavano a Trieste, a Milano no, ma a Trieste, quando l’interrogazione... quando lei arrivava sulla predella doveva fare il saluto fascista, per l’interrogazione! Allora comincia veramente, guardi, dici "ma insomma, io che devo vivere a questo modo," proprio ti viene... diventi cattivo! Diventi cattivo.

    E mio marito mi diceva "io sono diventato antifascista quel giorno che dovevo andare a... a Trento," non so se era venuto Mussolini o cosa e doveva andare... perché se non andava alle adunate, sa, era 5 in ginnastica, e 5 in ginnastica voleva dire rifare gli esami a settembre. Dice... dice "ero lì in divisa di fascista, sì di avanguardista quel che era, e mi son sentito una pedata nel sedere," dice, "perché non ho fatto il saluto mentre passava Mussolini o che," dice, "non ho fatto il saluto e mi son sentito... da quel giorno io mi son sentito... sono diventato antifascista da quel giorno." No, adesso si fa per dire ma pesava, pesava eh, pesava e poi c’erano quelli che se volevano scrivere qualche cosa dovevano iscriversi al GUF, ma dopo si dice "quello lì, quello scrittore lì era nel GUF", ma se lei voleva pubblicare, da giovane, sa, uno scrive, adesso ci sono i giornaletti di cla..., ma allora se non eri iscritto al GUF non facevi mica... non pubblicavi mica niente, non ti facevi conoscere. E poi a Trieste... le adunate guardi, ogni ogni giornata, diciamo, di ricorrenza. A Milano no, a Milano niente, ma lì, quelle zone di frontiera, penso anche a Bolzano, tutti i momenti dovevi andare all’adunata, tutti i momenti. E anche la ginnastica bisognava farla in divisa, mi capirà, divisa e cravatta, per far la ginnastica, e poi la gonna doveva essere a trenta centimetri dal suolo, perché dovevano essere tutte uguali, tutte alla stessa altezza... era veramente... E poi sa cosa pesava anche sulle famiglie, sa cosa vuol dire, noi che eravamo in tre, mio padre guadagnava discreto insomma, borghesi quello che si era, però comperare le mantelle di panno, ai ragazzi i gambali di cuoio, perché anche ai fascisti costava, sa; era una bella spesa. Cosa guardate adesso...

    La ringraziamo molto... grazie.

    Io non so cosa servirà la mia...

    Molto

    ...la mia testimonianza ma come dico, fra le cose brutte o così, mi vengono in mente le più belle anche, forse perché ero giovane, avevo 20 anni, 18-20 anni, ti vengono in mente le ore passate con gli amici, discutere, eccetera.

    Benissimo

    La data di nascita?

    Nome e data. Nome, cognome e la data.

    Sì, Vittora Dornig, 5 agosto del 1920.




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