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Filosofia e medicina nel pensiero tedesco contemporaneo: Karl Jaspers

Relatore: prof. Stefano Martini

Karl Jaspers, «nato nel 1883 a Oldenburg, nella bassa Sassonia, fin dalla giovinezza mostrò interesse per la riflessione filosofica, ma, influenzato dal padre, iniziò gli studi giuridici. Nel 1902, tuttavia, abbandonò la facoltà di diritto e si iscrisse a medicina, laureandosi nel 1909. Dopo la laurea si dedicò alla psichiatria, lavorando nella Clinica di Heidelberg. In disaccordo con gli orientamenti psichiatrici del tempo, Jaspers pubblicò […] nel 1913 la monumentale Psicopatologia generale, che costituisce ancora oggi un classico della disciplina. […] Ottenuto nel 1913 l’insegnamento della psicologia nella facoltà di filosofia, Jaspers nel 1915 abbandonò la medicina per dedicarsi alla filosofia. […] I suoi studi gli valsero (1921) la cattedra di filosofia presso l’Università di Heidelberg. Nel 1937 venne espulso dall’Università per la sua opposizione al nazismo. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale fu chiamato a insegnare filosofia a Basilea dove restò fino alla morte» (Federspil et al., Filosofia della medicina, cit., p. 300). Nessun filosofo, tra i grandi del nostro tempo, conobbe al pari di Jaspers i problemi legati all’essere medico, sia per esperienza diretta, sia per una riflessione durata tutta la vita: egli fu medico tra i pensatori e filosofo tra i medici. I suoi scritti sulla condizione medica assumono, pertanto, un valore molto particolare. Il libro, da cui leggeremo alcune pagine e «che raccoglie cinque saggi scritti da K. Jaspers tra il 1950 e il 1955, espone due idee di fondo: la trasformazione del medico nell’età della tecnica e una critica serrata, ma anche ben argomentata, alla psicoanalisi. I due temi non sono giustapposti. Proprio perché nell’età della tecnica lo sguardo clinico abbandona sempre di più la componente “umanitaria” fondata sulla comunicazione “comprensiva” tra medico e paziente, per attenersi all’oggettività dei dati clinici che la strumentazione tecnica offre, lo spazio comunicativo lasciato libero dalla medicina moderna viene occupato dalla psicoanalisi che, lungi dall’essere un sapere, è una fede […]. Partendo da queste premesse, Jaspers auspica un’eliminazione della psicoanalisi che […] riduce la libertà dell’uomo, e un recupero, da parte della medicina, di quella comunicazione tra medico e paziente di cui la psicoanalisi si è appropriata quando, nell’età della tecnica, la medicina ha via via trascurato l’aspetto soggettivo della malattia, per attenersi esclusivamente all’oggettività dei dati che la strumentazione tecnica è in grado di offrire» (U. Galimberti, Introduzione a K. Jaspers, Il medico nell’età della tecnica, Raffaello Cortina, Milano 1991, pp. VII-VIII).

ore 17.00

13/03/2012

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