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Thomas Mann. Cent'anni di vita de “La morte a Venezia”

Relatore: prof. Arno Schneider

Quando nel 1912, dopo un anno di lavoro, uscì la prima edizione di Der Tod in Venedig, ciò che inizialmente doveva essere soltanto un breve intermezzo al libro di Felix Krull, al quale Thomas Mann stava lavorando in questo periodo, era diventata una novella di novanta pagine. Oggi è considerata opera fondamentale dell’autore, rilevatrice come poche altre, e ha preso posto tra i capolavori della letteratura europea formando una specie di memoria condivisa.

Basti pensare ad alcuni aspetti chiavi del teso:  il protagonista Gustav von Aschenbach, un artista dotato di alto senso di responsabilità, vive una costante lotta tra volontà (Wille) per la produzione artistica da una parte e stanchezza e oziosità (Müdigkeit und Müßigkeit) dall’altra, e che nonostante il suo motto preferito “resistere” (durchhalten) decide di abbandonare il lavoro e di compiere il viaggio fatale a Venezia. Poi il ragazzo, quella “creazione divina” di nome Tadzio, con i suoi cappelli lunghi di "color miele” e il braccio “scolpito in modo così morbido”, che fa irrompere la passione e causa il degrado di uno spirito apparentemente saldo, argomento tanto caro a Mann fin dai primi racconti giovanili dell’Ottocento. Ai nomi di Aschenbach e Tadzio si unisce la descrizione manniana della città stessa, il Palazzo Ducale che gli appare come il tempio di una fiaba (Märchentempel) oppure le gondole, “nere come sono solo le bare” con "il sedile più morbido, invitante e riposante del mondo". Poi ancora, l’ambiente del Lido e del Grand Hotel des Bains con la mondanità che lì si respirava all’inizio del Novecento. Dietro invece si espande la laguna, con il suo odore di marcio e con la sua “foschia da febbre” (Fieberdunst) che  genera la malattia, quel pericolo reale qual’era il Colera, che però è solo sintomo esterno, un’allegoria si usa dire, per una malattia interna che si rivela altrettanto mortale.

Le interpretazioni che offre La morte a Venezia sono diverse e diverse sono le tante letture che sono state “adoperate” nei cent’anni della sua vita. Sono stati messi in evidenza gli immancabili aspetti autobiografici, i riferimenti ai grandi artisti ispiratori, soprattutto Gustav Mahler, August von Platen e Richard Wagner, l’onnipresente binomio di eros e thanatos, le problematiche intorno alla figura dell’artista, la malattia e la décadence.           Le due conferenze quindi intendono ripercorrere la storia della ricezione di questo libro, con particolare attenzione rivolta alla fortuna che ha incontrato nel paese in cui è ambientato.

Martedì 6 marzo ore 17.00 (primo incontro)

Martedì 3 aprile ore 17.00 (secondo incontro)

06/03/2012

in sede

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